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domenica 4 agosto 2013
part.3
Il romanzo di Hanif Kureshi Ho qualcosa da dirti è la storia di uno psicanalista londinese che parla di sè, di tutto l’ambiente londinese di questi anni e del suo migliore amico, un regista, Henry. Sono entrambi sulla cinquantina ed entrambi “risentono” di amori e matrimoni andati a male o semplicemente perduti. L’amico ha “perso” il desiderio e la cosa che più gli brucia è che vive con il figlio ventenne che invece rimorchia quasi ogni sera una nuova partner.
Lo psicanalista dice a Henry che non c’è da preoccuparsi, il desiderio è inestinguibile, può diventare invisibile, assentarsi per un po’, ma alla fine vince lui. E di sé racconta che la forma maggiore di perversione può essere proprio la castità, il rinunciare perché tutto è troppo complicato e più si diventa grandi e più si sentono le risonanze, le smarginature, le ricadute e le conseguenze del desiderio.
Come se il nostro corpo si ingrandisse in maniera spropositata, tanto da impedirci il contatto con altri corpi Soprattutto questa osservazione è degna di nota.C’è un peso psichico del corpo che cambia con le fasi della vita. Il corpo diventa molto di più abitato, diventa molto di più ”io” dall’interno. Per questo gli è più difficile oggettivarsi, darsi come se fosse un oggetto che può essere affidato a mani altrui. Forse le donne sono più capaci di questa trasformazione,
mentre gli uomini, destinati apparentemente a prendere, riescono a farsi prendere solo come dei narcisi, ma non ad abbandonare il peso di un corpo che li trascina verso l’introspezione.
C’è in tutto questo un analfabetismo maschile, ma anche molto pudore, Gli uomini non sono capaci di giocarsi il narcisismo all’esterno, di farne una cosmetica. Il pudore maschile è sicuramente l’aver anche paura di essere risucchiati da un corpo materno e più gli uomini vanno avanti nella vita e più la cosa risulta pericolosa.
